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Nell’opera di Flavia Alexandra Grattacaso l’osservatore è immediatamente colpito e catturato da un tema portante quest’ultima ricerca: l’indagine, la rappresentazione e l’evoluzione del concetto di antichità. Per quanto la reazione antiaccademica delle Avanguardie nei confronti del passato e delle sue testimonianze artistiche e architettoniche sia stata notevole, molti grandi maestri d’inizio secolo da Henri Matisse a Pablo Picasso da Andrè Derain a Giorgio de Chirico hanno continuano a fare dell’antico fonte essenziale d’ispirazione. Anche l’artista, nella sua analisi, ripropone l’antico, come alimento necessario ad una modernità che lo emuli e lo superi, nel servire il tempo presente e futuro.

Flavia, figlia orgogliosa della cultura pestana, non può prescindere dalla bellezza e dalla forza della sua terra e, necessariamente, ne canta le lodi attraverso l’arte che più le è congeniale: la pittura. Tale raffigurazione non è solo paesaggistica, l’artista rifiuta il principio di immediata rappresentazione, affermando la necessità di un’arte di idee e di valori assoluti di cui l’immagine è puro tramite.
Il visibile, infatti, non ha valore di verità in se stesso ma si riferisce ad un livello concettualmente superiore, dunque le immagini ritratte posseggono un significato che non va inteso letteralmente, ma è diverso da ciò che è rappresentato.

I magnifici templi di Paestum si popolano di presenze solitarie ed erranti, selvagge e ancestrali: di altere aquile, di fieri leoni, di splendidi cavalli. Tutte le civiltà, da Oriente a Occidente, fanno del soggetto animale lo strumento per eccellenza dello specchiamento tra uomo e natura, tra confidenza e terrore dell’ignoto e anche l’artista si pone sulla stessa scia interpretativa.
L’ombra diviene complice di questa trattazione trasfigurata, essa è certamente dimensione scenografica e narrativa, ma è alterata la sua logica, diviene, cioè, strumento espressivo metafisico.

Questa iconografia genera nel fruitore un sentimento di smarrimento e di estraneità, poiché l’artista, affida l’intero processo di senso allo straniamento illustrativo che caratterizza i dipinti. Ne consegue un’atmosfera di sottile allucinazione ipnotica sprigionata dall’apparente oggettività della visione, accompagnata dalle sensazioni di vastità, d’immobilità, di estasi che si racchiudono nella figura umana che, di spalle, fissa le eterne rovine: incarnazione e memoria del viaggiatore protagonista del Grand Tour.

Critica a cura di Antonella Nigro